Minimalismo e scintille, da Carver a Marie Kondo

Sentendo parlare di minimalismo, il primo pensiero va spesso al design. Arredamenti essenziali, superfici lisce, pulite e ordinate. Minimal, per l’appunto. C’è poi un’accezione letteraria, che è di fatto la trasposizione sulla pagina di questo effetto di sobrietà e che ha di solito un nome e un cognome: Raymond Carver. I suoi racconti non hanno bisogno di presentazioni, ma è sempre bene ricordare quanto il suo stile così iconico fu in realtà frutto dell’intervento del suo celebre editor, Gordon Lish, che in certi casi cambiò fino allo stravolgimento gli scritti dell’autore (uno degli esempi più lampanti è il bellissimo racconto Una cosa piccola ma buona, che ora per fortuna possiamo leggere nella versione originale di Carver, molto diversa da quella di Lish).

Oltre all’arredamento e alla letteratura, il minimalismo ha trovato nei decenni applicazione in tanti ambiti, come l’arte, l’architettura, la musica, la fotografia, il marketing. A me, però, da un po’ di tempo interessa un tipo particolare di minimalismo, quello associato cioè alla scelta di un preciso stile di vita. Ho cominciato a familiarizzare con questa specifica accezione qualche anno fa, grazie al celebre documentario Minimalism uscito nel 2016 e diretto da Matt D’Avella (lo scorso anno è uscito anche il suo ideale seguito, Less is now, che però a mio avviso ha aggiunto poco a quanto già raccontato dal precedente). Nel frattempo le pubblicazioni sull’argomento sono aumentate, così come le sue varie declinazioni in ambito quotidiano. Eppure ancora oggi non è semplice avere un’idea chiara su cosa significhi abbracciare uno stile di vita minimalista, tanto che è quasi più facile comprendere cosa non sia il minimalismo (D’Avella sostiene che forse è addirittura finito, almeno come trend).

Vivere da minimalista non vuol dire avere necessariamente poche cose. Non è una gara a chi possiede meno, piuttosto significa interrogarsi sul perché vogliamo ciò che vogliamo (e compriamo). Le parole-chiave sono valore, intenzionalità e consapevolezza. Ciò non vale soltanto per gli oggetti, si applica anche alle persone di cui ci circondiamo e con cui interagiamo per ragioni d’affetto o professionali. Anziché assecondare la corrente che, anno dopo anno, direziona le nostre scelte quotidiane, automatizzandole, potremmo sentire il bisogno di fermarci e di domandarci se tutto ciò rappresenti effettivamente ciò che siamo. Marie Kondo, autrice del Magico potere del riordino e ideatrice del Metodo KonMari (anche lei su Netflix con le serie Tidyng Up), parla in particolare di una «scintilla di gioia» (to spark joy) che dovremmo provare davanti a ciò che scegliamo di includere nella nostra vita. Tutto ciò che non accende questa scintilla è un ingombro superfluo a cui possiamo rinunciare attraverso un intervento mirato di riordino e rimozione (il cosiddetto decluttering).

Al di là dei termini che scegliamo di adoperare, il minimalismo offre una via d’uscita dal flusso di scelte condizionate dal contesto economico e socio-culturale in cui ci troviamo, o comunque un modo per riconsiderare molte delle nostre abitudini, mettendole in discussione con delle semplici domande. Quello che faccio ha un impatto positivo su di me e su chi mi è vicino? Ho davvero bisogno di quello che sto per acquistare? Potrei riutilizzare qualcosa che ho già? Sto realmente traendo valore da questo rapporto? E da questo lavoro? Sto impiegando il mio tempo nel modo migliore per me? Tutti i contenuti che produco e consumo online aggiungono qualcosa alla mia esperienza? Sto sfruttando il cellulare, i social network e la tecnologia in generale per qualcosa di utile o mi sto facendo sfruttare? (Al minimalismo digitale dedico un post apposito).

Messo così, sembra quasi un auto-interrogatorio e potrebbe suscitare più ansia che risposte efficaci. Tuttavia vale la pena ricordare che per nostra natura scegliamo sempre la via più comoda, puntando al beneficio immediato. Quello che facciamo senza pensare, quindi, non sempre rappresenta la scelta migliore, serve tutt’al più a risparmiarci un po’ di fatica. E cambiare le nostre abitudini o anche solo farci delle domande è parecchio faticoso. Per questo motivo non bisogna considerare il minimalismo come una scelta drastica, definitiva. Prima scrivevo di Carver e dei suoi racconti spesso stravolti dal suo editor. Nemmeno eccedere e ridurre troppo è per forza la scelta più sensata.

A nessuno piace l’idea di ribaltare tutto con la promessa di sistemare, perché il più delle volte si produce solo altra confusione, altro malessere più o meno percepito. Io stesso ho provato in più occasioni a sottopormi a cambiamenti drastici, forzando la mano, ma dopo tanti tentativi non sempre efficaci ho capito che va messa in conto un po’ di imperfezione, proprio come propone Camilla Mendini nel suo libro (Im)perfetto sostenibile (con lei ho avuto il piacere di fare due belle e lunghe chiacchierate su questi e altri temi, qui e qui).

Ho deciso di dedicare il primo post di questo blog proprio al minimalismo non solo perché è un argomento che mi interessa e che conosco, ma perché il minimalismo per me significa provare a migliorare la nostra esperienza di ciò a cui teniamo e che richiede i nostri sforzi. Scrivere per raccontare e condividere è quello che so fare e che vorrei continuare a fare nel modo migliore, producendo cioè valore per me e per chi legge. Il minimalismo in questo senso mi aiuta suggerendomi domande, mettendomi dubbi e offrendomi spinte energiche per affrontare il cambiamento. Purché il faro sia sempre la necessità, quindi fare e scrivere tenendo a mente la qualità. Esserci meno, ma meglio, in un modo che rispecchi davvero me e non l’idea di me suggerita dagli algoritmi e dalle logiche dei social network. Quindi è su queste basi che desidero costruire questo spazio di scrittura, condivisione e confronto, provando magari ad accendere insieme qualche scintilla di gioia.

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